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DURF, IMPOSTE ESTERE E RITENUTE: CHIARIMENTI DECISIVI PER LE IMPRESE

DURF, IMPOSTE ESTERE E RITENUTE: CHIARIMENTI DECISIVI PER LE IMPRESE

Il Durf, Documento unico di regolarità fiscale, è il certificato che attesta la affidabilità fiscale di un’impresa e permette ai committenti di verificare che il fornitore rispetti gli obblighi tributari. Non riguarda solo gli appalti ad alta intensità di manodopera: sempre più aziende lo richiedono come garanzia contrattuale.
Una recente risposta dell’Agenzia delle entrate chiarisce un punto fondamentale: nel calcolo dei versamenti utili per ottenere il Durf rientrano anche le ritenute sugli interessi attivi e le imposte pagate all’estero, entro il limite del credito riconosciuto dal Tuir.

Il caso e il dubbio dell’impresa

Una società attiva nell’edilizia industriale e nella realizzazione di impianti energetici ha chiesto chiarimenti sul requisito più delicato del Durf: il rapporto del 10% tra versamenti e ricavi dell’ultimo triennio. Pur non rientrando di norma negli appalti ad alta intensità di manodopera, l’impresa si trova spesso a dover presentare il Durf ai committenti come presidio di conformità. Il dubbio nasceva da due voci presenti in dichiarazione: le ritenute sugli interessi bancari, versate dalla banca come sostituto d’imposta, e le imposte assolte all’estero, che non transitano nel conto fiscale italiano. La domanda era se queste componenti potessero essere valorizzate nel calcolo del requisito.

Il quadro normativo e l’evoluzione interpretativa

L’articolo 17-bis del Dlgs 241/1997 stabilisce che, per ottenere il Durf, l’impresa deve dimostrare di aver effettuato versamenti pari almeno al 10% dei ricavi dichiarati nel triennio. La circolare 1/2020 aveva inizialmente indicato che nel calcolo andavano considerati solo i versamenti tramite modello F24. Successivamente, con la risoluzione 53/2020, l’Agenzia ha adottato una lettura più sostanziale: ciò che conta non è solo chi materialmente esegue il pagamento, ma la riferibilità della capacità contributiva. È così che sono stati inclusi tributi come l’Iva in reverse charge o quella versata dalla controllante nella liquidazione di gruppo. Una linea interpretativa che apre a una valutazione più ampia dei tributi economicamente imputabili all’impresa.

La posizione dell’Agenzia sulle ritenute sugli interessi

La risposta n. 174/2026 conferma che le ritenute sugli interessi attivi possono essere conteggiate nel rapporto del 10%. Anche se il versamento è effettuato dalla banca, il prelievo è economicamente imputabile all’impresa che percepisce gli interessi. Il sostituto d’imposta non paga un proprio debito, ma quello del sostituito. Questo rende le ritenute perfettamente coerenti con il principio già espresso nella risoluzione 53/2020, rafforzando l’idea che il Durf valorizzi la reale capacità contributiva dell’impresa.

Imposte estere: quando e quanto contano nel Durf

La conclusione è favorevole anche per le imposte pagate all’estero. Pur non transitando nel conto fiscale italiano, possono essere considerate nel calcolo del Durf entro il limite del credito d’imposta riconosciuto ai sensi dell’articolo 165 del Tuir. L’Agenzia sottolinea che tali imposte rappresentano comunque un indicatore di affidabilità fiscale complessiva e che l’utilizzo del credito estero, a scomputo dell’Ires dovuta in Italia, equivale sostanzialmente a un versamento. In sostanza, ciò che conta è la natura economica del tributo, non il canale formale attraverso cui viene assolto.

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